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L'acqua e l'uomo
L'acqua, la specie chimica più abbondante sulla superficie terrestre, ha da sempre suscitato un doppio sentimento nell'umanità: grande attrazione, dettata dalla necessità di soddisfare la sete e dal piacere di rinfrescarsi dalla calura estiva o di ritemprarsi con le acque termali, ma anche paura per le grandi distese marine in tempesta e per l'imprevedibilità delle alluvioni provocate dai grandi fiumi. Questa paura ancestrale ha fatto sì che il processo di ominazione si sia svolto prevalentemente lontano dalle coste oceaniche. E tuttavia, i clan primitivi, che si procuravano il cibo limitandosi a consumare le risorse naturali, si spostavano cacciando e raccogliendo radici e bacche commestibili, tenendo ben presente la necessità di disporre di sorgenti di acqua potabile facilmente raggiungibili.

La svolta che ha segnato la fine della preistoria è stato il passaggio dal sistema della caccia e raccolta, o di dipendenza dal mondo naturale, all'economia produttiva.

La pratica dell'agricoltura, che metteva a disposizione fonti di nutrimento di gran lunga più abbondanti del minimo indispensabile per la sussistenza quotidiana, richiedeva la disponibilità di notevoli quantità di acqua di acqua dolce per irrigare i campi. Una situazione particolarmente favorevole veniva a determinarsi quando la vicinanza di grandi fiumi provocava periodicamente l'inondazione non disastrosa di ampie distese di territorio, rendendole fertili grazie alla disposizione del limo asportato a monte.

Le grandi civiltà fiorite sulle rive del Tigri e dell'Eufrate, del Giordano e del Nilo, dei fiumi indiani e cinesi, si svilupparono anche grazie all'abilità di interpretare la periodicità di questi fenomeni e alla capacità quindi di coordinare l'organizzazione della vita comunitaria e del lavoro dei campi con il susseguirsi delle stagioni. Un'altra fondamentale tappa nel processo storico è stata poi la nascita della città.

Il mondo urbano presupponeva un'organizzazione della società tale da poter progettare razionalmente sistemi di pozzi e cisterne interni alle città-fortezza (come quello di Gerico e di Ebla) o addirittura reti di acquedotti che portassero l'acqua dalle sorgenti montane alle grandi città come nel mondo ellenistico e romano, ove i sistemi di cattura, convogliamento e conservazione delle acque erano estremamente funzionali e gli acquedotto veri capolavori di idraulica.

Lo sviluppo della civilizzazione e l'aumento benessere nelle società storiche non solo hanno comportato la disponibilità di acqua per gli impieghi più immediati, primari, ma ha favorito l'instaurarsi di abitudini, di topo igienico-sanitario ed estetico, quali l'uso a scopo termale delle acque delle sorgenti, con la costruzione di vasti impianti in cui l'acqua era riscaldata artificialmente. La presenza di grandi vasche d'acqua nei giardini pensili di Babilonia o nelle corti dei palazzi arabi (Siviglia, Cordoba, i tanti siti del Medio Oriente) e le fontane nelle piazze delle città d'Europa sono conquiste di società opulente, capaci di produrre beni di cui l'intera cittadinanza poteva fruire.

La civiltà uscita dal Medioevo europeo è andata alla conquista geografica, commerciale, economica e politica del mondo attraverso le vie oceaniche e, non a caso, navi o cannoni hanno costituito fino alla Seconda guerra mondiale il nucleo della potenza delle nazioni con ambizioni di egemonia globale.

La crescita della popolazione mondiale, dell'industrializzazione, della produzione complessiva e dei bisogni (anche se enormemente differenziati) dei popoli ha comportato però in questo ultimo secolo un aumento incontrollato dell'inquinamento industriale e agricolo, che si è ripercorso pesantemente sulla risorsa acqua. Proprio l'integrazione mondiale di società differenti per cultura e struttura politico-economica, richiede che si definiscano oggi i profili di una gestione oculata di questa risorsa. Tale politica dovrebbe basarsi sulla salvaguardia sia delle acque dolci, in particolare quelle potabili, sia di quelle marine, con le loro sterminate riserve alimentari minacciate dall'inquinamento dovuto all'antropizzazione delle coste, agli scarichi delle petroliere e ai disastri ecologici (naufragi, eventi bellici, rifiuti tossici o radioattivi).

Le acque dolci sono indispensabili sia per gli usi agricoli sia per quelli civili e industriali. Il differente sfruttamento delle acque dolci può portare a politiche contraddittorie. L'invenzione della dinamo ha consentito la disponibilità di grandi quantità di energia per mezzo delle centrali idroelettriche che sfruttano l'energia potenziale delle cascate naturali trasformandola in energia meccanica e quindi elettrica. Dall'efficienza minima dei tradizionali mulini ad acqua si è arrivati a poter disporre di energia ottenibile con grande efficienza e scarsissimo inquinamento, e di corrente elettrica alternata facilmente trasferibile a grandi distanze.

Il numero limitato di cascate naturali ha portato però alla costruzione di grandi invasi sbarrati da dighe altissime per creare salti artificiali, e ciò ha provocato spesso disastri ecologici, con gravi perdite anche in termini di vite umane. In altri casi, le modificazioni apportate al regime dei grandi fiumi hanno causato l'alterazione dei microclimi locali, con conseguente siccità, diminuita produttività delle colture tradizionali, sconvolgimento nelle abitudini alimentari e nelle forme di sostentamento di intere popolazioni, mentre l'uso intensivo delle acque interne per l'irrigazione di bacini aridi, molto più estesi di quelli naturali, sta portando alla scomparsa di alcuni grandi laghi, come l'Aral e in parte il Ciad.

Universo del Corpo - 1° Volume - Edito dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana - Treccani

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